Risposta Gov. a interrogazione Pd su salvaguardia assetti strategici nazionali – 4 maggio 2017

Il Ministro Calenda ha risposto ieri, 4 maggio, all’interrogazione a prima firma dell’On. Benamati (Pd, Comm. Attività produttive) in cui si chiede al Governo quali iniziative intenda porre in essere per rendere più incisiva l’azione di salvaguardia degli assetti strategici nazionali.

Analisi
La battaglia per la difesa dell’italianità della proprietà delle aziende è una battaglia perdente. Le imprese nel comparto della moda acquisite da grandi brand stranieri hanno investito di più, hanno assunto di più, hanno avuto margini più elevati e sono rimaste in Italia, perché vengono per il made in Italy. Dunque, attrarre investimenti è positivo, le multinazionali contribuiscono per il 24 per cento alle spese di ricerca e sviluppo del settore privato, che noi consideriamo già insufficienti.
Il discrimine si pone con operazioni che rischiano di essere di natura predatoria. Un esempio è quello che sta succedendo su alcuni settori ad alta tecnologia in tutta Europa, e non solo in Italia. Ci sono acquisizioni dirette da Paesi esterni all’Europa che non consentono la reciprocità: comprano, svuotano i brevetti, svuotano l’azienda dei brevetti, e dunque lì si verifica un pericoloso danno per il sistema di competitività del Paese. Per questo, insieme ai ministri francesi e tedeschi, il Mise ha scritto alla Commissione europea, chiedendo di poter intervenire regolando con una normativa parallela a quella della golden power, che oggi riguarda altri settori, questa fattispecie. La risposta è stata positiva, nel senso di aprire a eventuali proposte. La proposta è pronta e verrà inviata rapidamente in Europa.
Per quanto riguarda la norma anti scorrerie, che disciplina un’altra questione, che è quella degli obblighi di trasparenza quando un investitore viene a fare un investimento in Italia. Qui non è in gioco tanto la proprietà dell’azienda quanto il modo in cui ci si approccia a un’azienda. Tutti i sistemi, quasi tutti i sistemi dei Paesi occidentali hanno una norma che obbliga l’investitore a dire cosa vuole fare dell’azienda, qual è la sua posizione nei confronti, per esempio, della governance, a cosa aspira. Questa norma è pronta, deve trovare il veicolo giusto senza essere retroattiva in alcun modo. È mutuata dall’ordinamento francese, che ha provato di essere efficace in termini di trasparenza ed equilibrio. La partita va giocata nei rapporti internazionali, economici internazionali, piuttosto che sulla pura difesa dell’italianità della proprietà.