Interrogazione M5s su qualità del lavoro in Italia – 13 aprile 2016

E’ stata presentata alla Camera dei Deputati una interrogazione a risposta orale in Commissione a prima firma dell’On. Tripiedi (M5s – Comm. Lavoro) che, mettendo in dubbio l’efficacia del cd. Jobs act, chiede al Governo cosa intenda fare per migliorare la qualità del lavoro in Italia.

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Di seguito il testo completo dell’interrogazione:

TRIPIEDI, COMINARDI, CIPRINI, DALL’OSSO, CHIMIENTI, PESCO e ALBERTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
in data 1o aprile 2016, sul sito online «lavoce.info», veniva pubblicato un articolo riguardante la qualità del lavoro in Italia;
nell’articolo si faceva riferimento ad un’indagine OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che ha permesso di delineare un quadro della qualità del lavoro in vari Paesi. Da questa indagine è risultato che l’Italia sia tra gli ultimi della classe, vicina alla media nelle remunerazioni, debole nelle condizioni dell’ambiente lavorativo e agli ultimi posti per la protezione nel mercato del lavoro;
l’OCSE ha elaborato un quadro di analisi per misurare con indicatori oggettivi la qualità del lavoro secondo tre dimensioni quali la qualità delle remunerazioni, per misurare quanto i redditi da lavoro contribuiscano al benessere dei lavoratori considerando sia salari medi in parità di potere d’acquisto sia la loro distribuzione; la protezione nel mercato del lavoro, per misurare la probabilità di perdere il proprio posto di lavoro e nel caso ricevere un sussidio per attutire lo shock economico che ne consegue; la qualità dell’ambiente di lavoro, per misurare gli aspetti non economici, tra cui la natura e il contenuto del lavoro svolto, gli orari di lavoro e le relazioni lavorative. I risultati a cui si è giunti hanno mostrano una grande diversità tra i paesi OCSE. Considerando contemporaneamente i tre indicatori sopraindicati, i Paesi con una qualità del lavoro più elevata sono quelli scandinavi insieme a Germania, Austria, Svizzera e Australia. All’estremo opposto si trovano i Paesi dell’Est e del Sud dell’Europa, tra cui l’Italia. I fattori rilevanti di tali dati negativi per il nostro Paese sono dovuti, soprattutto, ad una scarsa protezione nel mercato del lavoro e ad una qualità non eccellente dell’ambiente lavorativo;
più nel dettaglio, in Italia la qualità delle remunerazioni, a parità di potere d’acquisto, è vicina alla media OCSE. Nonostante salari medi inferiori, le disuguaglianze salariali sono relativamente più basse rispetto a molti altri Paesi. L’unione di questi ultimi due elementi, permette di collocare l’Italia nel gruppo intermedio, lontana dai Paesi scandinavi ma anche dai Paesi dell’Est Europa;
per il nostro Paese, molto più debole risulta essere, invece, il livello di protezione nel mercato del lavoro. L’Italia è terzultima dopo Grecia e Spagna e allo stesso livello del Portogallo. Tale risultato è determinato da una probabilità elevata di perdere il posto di lavoro e non trovarne un altro in tempi brevi e da un sistema di sostegno al reddito per i disoccupati ancora parziale, dovuto anche al fatto che le recenti riforme non sono ancora entrate in vigore completamente. Più in generale, il risultato riflette il dualismo del mercato del lavoro italiano, cioè lo scarto che esiste tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato e gli altri, non solo in termini di regole per il licenziamento ma anche di coperture previdenziali più basse;
per ciò che riguarda la qualità dell’ambiente di lavoro, l’Italia è nella parte bassa della classifica dei Paesi dell’OCSE. Quasi la metà dei lavoratori italiani risulta essere «sotto pressione», cioè esposta a ritmi elevati e, in alcuni casi, a rischi per la salute non compensati da risorse adeguate per svolgere le mansioni richieste. Oltre a Grecia e Spagna, l’Italia fa meglio solo di alcuni Paesi dell’Est Europa;
una conferma che emerge ulteriormente dall’indagine OCSR, è che la crisi ovviamente non ha migliorato la situazione. La qualità dei salari è diminuita, il grado di protezione è peggiorato sensibilmente (l’Italia risultava essere a due terzi della classifica OCSE, nel 2007 mentre ora è terzultima), la qualità dell’ambiente di lavoro è migliorata leggermente, in parte in conseguenza del fatto che i posti di lavoro più «sotto pressione» sono andati persi, con un effetto meccanicamente positivo sulla media generale;
viene evidenziato inoltre che la qualità del lavoro in Italia varia di molto tra i diversi gruppi socio-economici. Infatti, i giovani e i lavoratori poco qualificati sono i più esposti a una bassa qualità del lavoro. Tali lavoratori risultano averi livelli di remunerazione in generale più bassi e con più dispersione. Il rischio di disoccupazione è più elevato ed è maggiore la difficoltà di accesso ai sussidi. Per le persone poco qualificate, esiste un maggiore stress lavorativo con i giovani che, però, a differenza della media OCSE sono meno sotto pressione degli adulti e dei senior;
i lavoratori altamente qualificati hanno invece una qualità del lavoro relativamente elevata in tutte le dimensioni. Questo dimostra che il possedere un titolo di studio giova in termini sia di maggiori che di migliori opportunità lavorative;
le donne italiane non solo soffrono ancora di una partecipazione nel mercato del lavoro molto più bassa degli uomini e della media OCSE, ma anche la qualità dei loro lavori è scarsa. La qualità dei redditi e dell’ambiente lavorativo risultano essere inferiori a quelle degli uomini, mentre in termini di protezione nel mercato del lavoro i risultati tra donne e uomini sono simili;
dall’indagine effettuata risulta che, solo sulla carta, le nuove norme introdotte dal Jobs actfanno fare dei passi avanti all’Italia. Il contratto a tutele crescenti con l’esonero contributivo per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e il riordino dei sussidi di disoccupazione con l’estensione ai lavoratori parasubordinati, potranno contribuire ad aumentare la protezione nel mercato del lavoro. Le norme su conciliazione vita-lavoro o quelle su maternità, congedi parentali, telelavoro e sul welfare aziendale dovrebbero aiutare a migliorare la qualità dell’ambiente lavorativo. Il problema principale rimane, però, l’effettiva attuazione di queste norme così come di quelle volte a rilanciare investimenti, produttività e quindi la crescita non solo quantitativa ma anche qualitativa dei posti di lavoro;
a giudizio degli interroganti, i dati emersi dalla sopraindicata indagine dell’OCSE risultano essere inquietanti e mettono a nudo le incapacità del Governo che in tre anni di riforme, criticate più e più volte dagli interroganti stessi perché considerate del tutto velleitarie e sterili per una reale ripresa del Paese, non sia riuscito ad attuare una seria politica di rilancio del mondo del lavoro e della qualità dei posti di lavoro;
nell’indagine sopraindicata, vengono rilevati aspetti che gli interroganti hanno ribadito svariate volte al Governo in fase di discussione del Jobs act in ogni opportuna sede, ossia che la legge n. 183 del 2014 non abbia assolutamente tenuto conto di uno degli aspetti fondamentali per i lavoratori: la qualità dei posti di lavoro creati e di quelli esistenti –:
a seguito dei dati che confermano una forte diminuzione della qualità del lavoro, se e quali politiche i Ministri interrogati abbiano previsto per la ripresa della qualità del lavoro nel nostro Paese;
se abbiano considerato di dover assumere iniziative differenti e più efficaci rispetto a quelle sinora adottate dal Governo, visto che, come dimostrato dai fatti, tali politiche non hanno portato beneficio alcuno alla qualità dei posti di lavoro;
per quanto rilevato dall’indagine dell’OCSE indicata in premessa, se non ritengano più che lacunosa la legge n. 183 del 2014 cosiddetto Jobs act anche per gli aspetti riguardanti la qualità dei posti di lavoro e quali iniziative di competenza intendano assumere, nello specifico della legge in questione, per porre rimedio a queste problematiche. (5-08393).