Incontro con l’On. Cesare Damiano sulla previdenza

Si è tenuto il 19 maggio, presso la sede federale, un incontro con l’On. Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati ed ex Ministro del Lavoro, con il quale una rappresentanza degli Organi della Federazione ha potuto confrontarsi sui principali temi oggetto di dibattito in materia pensionistica.

Dalle dichiarazioni dell’On. Damiano è emersa una forte sintonia con le posizioni più volte espresse dalla Federazione sul nostro sistema previdenziale che, a seguito dei ripetuti interventi legislativi intervenuti negli ultimi anni, ha raggiunto un sostanziale equilibrio di medio-lungo periodo, come risulta anche dalle previsioni contenute nel DEF recentemente approvato dal Governo, in cui la stima della riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica rispetto al Pil prevede risparmi di spesa per 900 MLD, il 60% del PIL al 2050, un valore pari a circa la metà del debito pubblico.

Le valutazioni da noi espresse in più sedi politico-istituzionali su questi temi, quindi, hanno attecchito presso importanti rappresentanti delle Istituzioni.

I conti tornano se si distingue la previdenza dalle numerose voci di spesa che gravano impropriamente sul bilancio dell’Inps e che corrispondono a prestazioni di assistenza pura. La spesa previdenziale include, infatti, una quota significativa di prestazioni che hanno una vera e propria natura assistenziale (93 miliardi trasferiti dalla fiscalità generale) e il pesante carico fiscale che grava sulle pensioni (43 miliardi di euro), si deve riconoscere la verità di un conto economico dell’Inps in sostanziale equilibrio, per cui non sarebbe giustificabile un ulteriore intervento che penalizzi le pensioni.

A tale proposito, Damiano ricorda come nell’audizione presso la Commissione Lavoro del 15 marzo scorso, i Vertici Inps hanno formalmente dichiarato l’impossibilità di ricalcolare le pensioni con il metodo contributivo oggi percepite sulla base del sistema retributivo, per l’assenza dei dati necessari per l’eventuale ricalcolo, sia nel settore privato ma soprattutto nel settore pubblico, e ammettendo che, proprio nel caso delle pensioni di importo più elevato, se ricalcolate con il metodo contributivo molte di esse potrebbero anche aumentare.

In un mondo del lavoro fortemente flessibile, oggi il nostro sistema pensionistico presenta rigidità che si devono correggere per favorire il ricambio generazionale e stimolare l’occupazione: per questo l’On. Damiano  sta lavorando a una revisione della propria proposta di flessibilità nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico – proposta di legge n. 857, risalente ormai al 2013 – che sostiene la possibilità di andare in pensione, su base volontaria, con 4 anni di anticipo per i lavoratori che abbiano maturato un’anzianità contributiva di almeno 35 anni, applicando una penalizzazione media del 2% annuo sull’importo della pensione.

Da questo punto di vista, siamo favorevoli ad un accesso flessibile alla pensione che consenta una vera anticipazione in modo strutturale, di 4 anni e non di 3 anni rispetto ai requisiti attualmente previsti per la pensione (62 anni e 7 mesi) ma con un abbattimento equo in termini attuariali e non crescente al crescere della pensione, per coloro che volontariamente decidono di uscire dal mondo del lavoro.

Su queste basi, si tratterebbe di introdurre una vera e propria misura di politica economica, occupazionale e sociale, per agevolare il turn over occupazionale ma che dovrebbe riconoscere una maggiore attenzione ai lavori usuranti ed ai disoccupati, oltre a dover considerare, in caso di crisi aziendali, che anche le imprese facciano la loro parte nel farsi carico dei costi per agevolare tali uscite.

In questo quadro, sulla misura dell’Anticipo Pensionistico (A.PE.) annunciato dal Governo, pur non avendo ancora riferimenti certi, si nutrono già molte perplessità in quanto si tratterebbe di un prestito e non di una anticipazione; riguarderebbe soltanto i nati negli anni 1951/’52/’53 ma per i primi due anni sono già previsti provvedimenti che ne consentirebbero l’accesso alla pensione, quindi la misura coinvolgerebbe pochi casi e realmente solo i nati nel 1953; la penalizzazione crescerebbe al crescere dell’importo della pensione in misura ancora non ben definita.

Soprattutto, tale misura appare come una operazione puramente finanziaria che, come tale, non avrebbe carattere strutturale e non risolverebbe il problema per gli anni a venire.

Il problema reale è quello di garantire ai nostri giovani, che già accedono nel mondo del lavoro più tardi, un’occupazione continua e di qualità, perché solo attraverso una buona occupazione si potrà generare una buona pensione, mentre da una vita lavorativa povera o discontinua non si potrà avere che una pensione povera, perché si saranno versati pochi contributi.

Si tratta, quindi, in ultima istanza, di un problema sociale che coinvolge tutti i sistemi capitalistici, per il quale sarebbe necessario ripensare il paradigma stesso del nostro sistema, ritornando verso un capitalismo fondato sulla produzione industriale anziché sulla speculazione finanziaria che ha ampliato l’area della povertà a vantaggio di pochi e, soprattutto, ha impoverito il ceto medio, la vera spina dorsale dell’economia del Paese.